s’accabadora

Posted on 1 gennaio 2010

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[file ACCABADORA]

l’ispirazione venne improvvisamente, leggendo il romanzo ACCABADORA di michela murgia.
lasciai d’improvviso il libro e schizzai grossolanamente su un foglio a matita l’idea, giusto per non perderla tra le tante cose da fare. tre giorni dopo finii il libro e mi misi al lavoro sull’illustrazione: scansionato il bozzetto lo trasformai in vettoriale con illustrator e successe quello che non vorrei mai capitasse: il disegno non mi piaceva più; era divantato più un’opera grafica che un’illustrazione.
“s’accabadora era una donna del paese che chiamata dai familiari del malato terminale, provvedeva ad ucciderlo, ponendo fine alle sue sofferenze. un atto pietoso nei confronti del moribondo ma anche un atto necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le classi sociali meno abbienti: negli stazzi della gallura e nei piccoli paesi lontani molti giorni di cavallo da un medico, serviva ad evitare lunghe e atroci sofferenze al malato.
sa femmina accabbadora arrivava nella casa del moribondo sempre di notte e, dopo aver fatto uscire i familiari che l’avevano chiamata, entrava nella stanza della morte: la porta si apriva e il moribondo, dal suo letto d’agonia, vedeva entrare la figura vestita di nero con il viso coperto e capiva che la sua sofferenza stava per finire.”
(citazione dal sito web centrosardegna.net).
l’anziana donna con lo scialle proiettava la sua ombra di morte nella stanza, il tutto reso solamente con il contrasto del bianco e del nero per aumentarne la drammaticità: di quel primo bozzetto salvai solamente il letto e il viso completamente nero e inquietante del moribondo (chissà perché trovai una strana affinità con la locandina del primo esorcista) ma la composizione non reggeva, troppo luminosa e pulita per il mio gusto.
decisi di trasformare la luce della stanza in penombra e di dare più profondità e inquietudine all’ambiente con l’inserimento di tante sedie vuote, quelle dei familiari che nell’attesa della nera figura, piangevano il destino del malato terminale in una veglia funebre.
ebbi tanti problemi con la profondità degli oggetti e le linee di fuga: avete presente quando guardando la composizione sentite che c’è qualcosa che non va ma non siete in grado di capire cosa? è una spiacevole sensazione alla bocca dello stomaco. passai una settimana cercando di sistemare l’illustrazione spostando o modificando oggetti ma niente, quella sensazione restava immutata.
oramai assuefatto dal disegno non riuscivo più a distinguere cosa fosse giusto o sbagliato e son passato alla fase che per me rappresenta l’ultimo tentativo prima di buttare via tutto: far vedere a parenti, colleghi e amici l’illustrazione e chiedere le loro prime impressioni.
spesso la verità è molto più palese di quanto ci si aspetti solo che non riusciamo a vederla perché concentrati su altri particolari.
scoprii grazie a mio fratello un tragico errore nella prospettiva e nelle linee di fuga (nelle mie illustrazioni tendo a far prevalere l’istinto e le sensazioni piuttosto che la geometria) corretto il quale riuscii finalmente a trovare la pace e la serenità degli occhi.
il tocco finale è stato poi “sporcare” tutta l’illustrazione ispessendo i contorni degli oggetti e coprendo il bianco con delle sottili righe verticali che aumentavano il senso claustrofobico della penombra di una stanza maledetta.
dal primo bozzetto all’illustrazione finale ho rilasciato 25 versioni, tutte completamente diverse.

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