filosofia minimale

Posted on 13 gennaio 2012

0


nell’arte, come nella professione, come nella vita, si cresce ogni giorno.

katsushika hokusai (forse vi ricorderete di lui per la xilografia ‘la grande onda di kanagawa‘) verso il finire della sua vita ha scritto: ‘se il cielo mi avesse concesso altri cinque anni, sarei potuto diventare un vero pittore‘.

oltre ad avere la certezza di capire fino in fondo il senso di queste parole, mi sono incuriosito e volendo approfondire il mio interesse per un artista di cui, anche ora che ne scrivo faccio fatica a ricordarne il nome (viene sempre confuso con lo scrittore murakami haruki n.d.a.), ho scovato nella rete il suo ‘autoritratto da vecchio‘ con un breve scritto che recita più o meno così:

‘dall’età di 6 anni ho avuto la mania di disegnare la forma delle cose. a 50 anni avevo prodotto un universo di disegni. tutto quel che ho prodotto prima dell’età di 70 anni non è degno nemmeno di essere considerato.
a 73 ho imparato un po’ di più sulla reale struttura della natura, degli animali, delle piante, degli alberi, degli uccelli, dei pesci e degli insetti. di conseguenza quando avrò 80 anni, dovrei aver fatto ancora qualche progresso. a 90 anni dovrei riuscire a penetrare il mistero delle cose; a 100 anni dovrei aver raggiunto con certezza uno stadio meraviglioso; e quando avrò 110 anni, ogni cosa che farò, fosse anche un punto o una linea, sarà viva.
prego coloro che vivranno sufficientemente a lungo di vedere se non mantengo la mia parola’.

hokusai è morto all’età di 89 anni.

non parlerò dell’arte di hokusai e degli ‘ukyio-e‘ che improvvisamente hanno incrociato la mia rotta ma vorrei disquisire invece sul modo d’intendere la mia arte e la mia professione con il passare degli anni.

ho passato i 36 inverni; faccio il grafico per sopravvivere ma la mia vera passione è l’illustrazione (questo per estremizzare il concetto della mia vita e rendere comprensivo l’articolo: ci sarebbero altrimenti molte altre porte da aprire e probabilmente non è questa l’opportuna sede).
puntualizzo e vado a cominciare: il mondo della grafica non mi dispiace e anche se la definisco bonariamente la parte ‘commerciale’ dell’illustrazione riesce ancora a regalarmi delle buone vibrazioni.

sin da quando ricordi, ho avuto la mania per il disegno (dai primi scarabocchi della scuola elementare ai disegnini – compiti del catechismo; dalle copie di sturmtruppen e jacovitti sulle agende di casa ai ritratti con penna bic sui diari dei compagni alle superiori; dai fumetti della prima fanzine della mia città alle illustrazioni digitali con tavoletta grafica e un mac) ma anche una certa simpatia per la grafica (caso meno raro nei bambini) che si manifestò chiaramente all’età di 12 anni quando cominciai a copiare le scritte e i vari font dalle riviste, imbrattando quantità industriali di album da disegno.

dal 1995 (quando cominciai a frequentare l’IED e trattai la grafica come arte) il mio modo di vedere le cose ha subìto una lenta e continua evoluzione, passando dal caos spinto al minimale esagerato.
la prima tendenza nella composizione (più o meno comune ma sicuramente sbagliata) era quella di riempire tutti gli spazi: ogni pezzo bianco veniva attaccato e cancellato nel minor tempo possibile, i loghi erano figure assai complesse, quasi gotiche, che impressionavano più per la vasta palette di colori che per la creatività della forma.
mi vennero imposte delle regole che non riuscivo a capire ma che applicai perchè obbligato. non c’era soddisfazione in quello che facevo, solo regole a cui sottostare.

oggi mi concentro affinchè la mia grafica sia d’impatto, facilmente comprensibile e soprattutto minimale.
progettare siti o interfacce per programmi web o desktop per le pubbliche amministrazioni col tempo ha trasformato il mio modo di vedere le cose.
il linguaggio delle pubbliche amministrazioni è infatti per definizione linguaggio complesso e macchinoso che non riesce (penso volutamente) a farsi capire ma è riuscito invece ad acutizzare la mia esigenza di comunicare, sviluppando nel tempo la mia facoltà di semplificare ogni cosa.

oggi mi piace usare pochi colori, mi piacciono le forme semplici, una creatività più ricercata; mi piace il minimale, l’essenza delle cose e rischio spesso di varcar la soglia dell’astrattismo e dell’incomprensione.

per l’illustrazione non mi sono ancora mai cimentato con il minimal; anzi, la direzione è proprio l’opposta: c’è l’analisi metodica della prospettiva, la realizzazione di particolari troppo minuti per esser percepiti, lo studio del come funziona il mondo.

oggi, se devo disegnare una lampadina cerco prima di studiarla, di memorizzare ogni suo particolare, nella speranza forse di coglierne l’essenza; mi accorgo di voler inconsciamente ricopiare la realtà in ogni sua sfumatura.
per farlo, a 36 anni, mi sono accorto che bisogna capire come funzionano le cose, bisogna soprattutto aver osservato il mondo per tanti anni e sono conscio che fra altri 36 anni probabilmente, riuscirò a farlo quasi bene.