fil rouge in fit dry

Posted on 16 marzo 2012

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alle scuole medie mi veniva abbastanza facile vincere la corsa campestre.
anche senza particolare allenamento riuscivo sempre a qualificarmi per i giochi della gioventù ma non andai mai oltre il livello provinciale.

e’ proprio ad una di queste manifestazioni sportive che lego il mio primo ricordo della corsa; non un bel ricordo però…
ero un bambino schivo, introverso e timido; i professori di educazione fisica avevano già i loro prescelti per tutte le discipline ed io, pur covando dentro di me la consapevolezza di essere più forte di qualcuno di quelli, non facevo niente per mettermi in mostra, anzi, cercavo in tutti i modi di mimetizzarmi nella normalità più assoluta.
tra tutte le competizioni però, la corsa campestre era l’unica a dover essere disputata obbligatoriamente da tutti i ragazzini; valeva come una specie d’interrogazione con voto.
come detto, mi veniva abbastanza facile correre e anche quell’anno mi distinsi agevolmente tra tutti i ragazzi della mia città: per quanto timido fossi, la voglia di vincere è seconda solo allo spirito di sopravvivenza…

anche quell’anno arrivai tesissimo alle provinciali. ricordo distintamente che prima della gara (una competizione di mezzo fondo su pista) il mio professore mi disse ‘all’inizio corri piano, poi vai con la volata finale e dai tutto…‘.
ma cosa volete ne sappia di strategie di corsa un bambino di 13 anni che non ha mai praticato atletica? io correvo come mi veniva meglio, mettendo un piede avanti all’altro senza pensare a niente…
non avevo capito il significato di quelle parole; non sapevo cosa dovessi fare ed ero troppo fragile per disobbedire e troppo timido per chiedere una spiegazione.

improvvisai.

ricordo fossero qualcosa come tre giri di pista, poco più di 2000 metri. alla partenza, cominciai a correre piano. gli altri bambini mi distanziarono quasi subito. spalti gremiti; urla d’incitamento e attenzioni anche su di me. il divario aumentava e io continuavo a correre con il mio ritmo blando aspettando di scattare. prendevo tempo. quando finalmente realizzai di esser rimasto solo, lontano da tutti gli altri, capii che la tattica del professore non poteva funzionare. mi sentii uno stupido, anzi no, peggio, quello che provai fu il rimorso di non aver neppure lottato per vincere, anzi, ancora peggio, credo che provai l’umiliazione del diverso.
gli spalti non potevano conoscere il mio intento: quello che vedevano era solo un bambino lontano dal gruppo che si trascinava a testa bassa; quello da solo era il diverso, il più stupido di tutti.
non ricordo bene come quella giornata sfumò via: ricordo però che avrei voluto sparire, ricordo che avrei voluto ricominciare la gara, ricordo le domande di mario (il mio migliore amico) che mi chiedeva cosa fosse successo, ricordo che il mio professore sull’autobus mi disse ‘tu non sei fatto per questo tipo di competizione; hai il cuore per le lunghe distanze…‘ e forse cercò di consolarmi, non so; ma quella frase me la ricordo ancora. distintamente.

continuai a correre nei primi anni delle superiori. senza nessun allenamento presi parte alla prima ‘corsa verde’ (gara podistica organizzata dal centro sportivo della mia città; un percorso extra cittadino di circa 12 chilometri su asfalto e un dislivello di 250 metri circa).
riuscii a terminarla con enormi difficoltà ma l’anno dopo decisi di allenarmi seriamente (come si allena un ragazzo senza nessun tipo di esperienza e senza internet) e ricordo che arrivai tra i primi cinque.

continuai a correre solamente dietro un pallone sino al diploma e poi risultai idoneo per la scuola per ufficiali di complemento di cesano di roma e a causa dei miei tempi nei test fisici preliminari mi spedirono nel corpo dei bersaglieri.
per spiegarvi quel periodo prendo in prestito una frase di ‘forrest gump‘, quella che recita ‘(…) e da quel giorno, se andavo da qualche parte, io ci andavo correndo!‘ perchè era veramente così! la differenza stava solo nel fatto che noi non avevamo scelta; vesciche o no eravamo costretti a correre ovunque: nei corridoi, nei viali della caserma (un cartello recitava emblematico ‘automezzi al passo, bersaglieri di corsa‘), per andare in mensa, per andare al bagno, per andare alle docce, allo spaccio anche per andare a fare una passeggiata e quando implotonati, mentre si correva a tempo, tutti insieme, si cantava pure; canzoni storiche di patria, coraggio e guerra. (avete mai provato cosa significhi correre e cantare contemporaneamente? n.d.a.).
quando il capitano vergara domandò chi volesse rappresentare la caserma nella gara podistica dell’olgiata (non ricordo se fossero 10 o 20 chilometri), io tirai immediatamente su il braccio e mi offrii volontario.
correvo è vero, ma correvo in maniera approssimativa; per una corsa servono rigide tabelle di allenamento, tempo e costanza e in quella gara non brillai particolarmente.

abbandonai poi la corsa, continuando ad usarla solamente per fini calcistici sino all’età dei 28 anni, quando finalmente decisi di riprendere.

acquistai un cardiofrequenzimetro, delle scarpe da supinatore e abbigliamento vario per tutte le stagioni. cominciai anche a farmi una cultura sulle riviste di settore (runner’s world soprattutto) e mi dedicai assiduamente ad un programma d’allenamento mirato per una 20 chilometri, con 3-4 impegni settimanali.
scoprii il piacere del ‘lungo’, la bellezza del ‘medio’ e il dolore delle ‘ripetute’ e contemporaneamente cominciai a formare il mio spirito ai lunghi periodi di solitudine del corridore. realizzai l’impegno psicologico della corsa che dapprima mi apparve insormontabile e poi, col tempo divenne indispensabile.

la corsa è uno sport senza fortuna: da solo contro la strada vinci solo se sai soffrire.

ho preso parte alla mia ultima (per ora) ‘corsa verde’ nel 2006 forse, allenandomi seriamente, seguendo una rigida tabella d’allenamento; perchè all’inizio è molto più facile riprendere a correre se ci si pone un obiettivo. partii forte, aggregandomi ad un gruppo che, constatai subito, era più allenato di me. corsi i primi 8 chilometri sulla soglia dei 180 bpm arrivando alle variazioni di pendenza abbastanza spompato.
persi lucidità e per tutti gli altri 7-8 chilometri finali non pensai ad altro che a fermarmi.

con il pensiero di abbandonare ad ogni passo e la salita che mi bruciava le gambe non riuscii a mollare e conclusi con orgoglio la mia prova qualificandomi terzo nella sezione amatori, con un buon tempo… nonostante il mio discutibile approccio alla gara.

d’allora, appena ho un pò di tempo vado a correre. cerco di essere il più costante possibile, prendendo come riferimento i miei vecchi tempi e sperando che nulla sia cambiato.

che voi ci crediate o meno, la fatica maggiore per un ‘runner’ non è resistere fisicamente alla distanza ma resistere mentalmente alla solitudine.
io corro da solo e credo fermamente che correre sia un’attività spirituale oltre che meramente fisica.
quando corro non riesco a pensare a nulla: sono concentrato sul battito del mio cuore, attento ad ogni minimo segnale del mio corpo; mi distacco completamente dalla realtà che mi circonda dietro pensieri senza controllo ed mp3 casuali.

fisicamente è facile macinare chilometri, il fisico lo si allena facilmente e con il piacere dei risultati ma la testa fa un po’ quel che gli pare; la si allena ugualmente certo, ma se non si ha volontà e spirito di sacrificio non si va poi molto lontano.

e’ difficile spiegare cosa ti porti fuori a correre; magari dopo l’ufficio o al freddo di una serata d’inverno. io credo sia un istinto primario; un archetipo di qualche natura insito ancora in ognuno di noi ma come il fanciullino del pascoli, non tutti siano in grado di ascoltarlo. correre è la libertà, è il tremendo dolore che dice ‘ce l’hai fatta’, è la sensazione di benessere che alla fine ti rende euforico…

bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro, di affrontare tutte le proprie paure e soffrire, perchè la vita alla fine, non è altro che una corsa in solitario su una strada che scompare all’orizzonte…

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Posted in: sport