crosses (been through the)

Posted on 7 novembre 2012

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prima o poi dovevo scriverne; e sono certo che in futuro lo farò ancora.
era tatuato da qualche parte che ci dovessi finir dentro con entrambi i piedi, perché il mondo dei tatuaggi mi ha sempre affascinato, sin da ragazzino, quando con i rapidografi della scuola inchiostravo la pelle degli amici che me lo chiedevano, improvvisando dei disegni sinuosi, pseudo tribali che poi andavano via con una doccia.
a quei tempi internet non tutti l’avevano e non era così facile informarsi o trovare gli opportuni strumenti per cominciare. senza contare che il tatuaggio non era ancora una moda ed era visto con scetticismo e tanti pregiudizi; soprattutto in una piccola città come quella dove sono cresciuto.

per tanti, il tatuaggio era il male e io ne ero ancora più attratto. divenne un oscuro oggetto di desiderio: lo bramavo, ne ero ossessionato. rappresentava la diversità, la creatività, l’ingegno… l’elevazione a qualcosa di bello e di trasgressivo. Il tutto si fermava solo all’estetica e quando mi feci ‘marchiare’ per la prima volta ero ancora troppo giovane per ragionare sulla filosofia.

mano a mano che crescevo e aggiungevo un disegno sul mio corpo mi sorpresi a ragionare sul motivo che mi spingeva a farlo. escluso il primo, tutti gli altri hanno una ragione personale di esistere e dopo i primi tempi passati a parlarne a chi mi chiedeva ora invece taccio, perché è giusto e sacrosanto che il significato sia solamente mio… col tempo impari che i tatuaggi non vanno spiegati.

avevo già manifestato una certa curiosità verso il tatuaggio criminale ma fu nicolai lilin, con ‘educazione siberiana‘ a spingermi verso quello russo.
lilin, al suo battesimo editoriale scatenò un fenomeno culturale che si allargò a macchia d’olio nella rete: la curiosità poneva ovunque domande e le informazioni cominciarono nel tempo a saltar fuori.
se da una parte il fenomeno diventava moda, dall’altra, internet si popolava di materiale da poter studiare. ho consultato anche diverse tavole di musei di criminologia italiani e ‘l’uomo delinquente‘ di cesare lombroso ma il materiale era sempre abbastanza vago e approssimativo.

non fu solamente la quantità di materiale a disposizione ad appassionarmi, fu un vero colpo di fulmine che ad esempio non è mai scattato con i tatuaggi della ‘yakuza‘, la cui estetica non mi ha mai veramente interessato.

documentandomi come potevo ho capito finalmente quell’esigenza, quell’istinto che non sono mai stato in grado di spiegare e che ora, nella piena maturità artistica e intellettuale dei miei 37 anni suonati ho finalmente chiara. è come se mi avessero spalancato una porta che fino ad oggi era sempre rimasta chiusa.
se un giorno tutte le cose che ho in testa prenderanno forma, allora sarò felice di parlarne, oppure magari no; per ora sappiate che leggere di tatuaggi criminali, di etica, rispetto e onore mi ha fatto veramente capire cosa sia per me il tatuaggio.

la mia illustrazione è un tributo a quel mondo morente, a quello delle ‘old hands’; di quando i tatuaggi erano una grande uniforme.

termino citando un passo molto profondo del linguista e autore del dizionario ‘russian mat‘ alexei plutser-sarno, nella speranza di scongiurare questo fenomeno di massa che sta svalutando il giusto archetipo di tatuaggio:
(…) il corpo umano è un oggetto estremamente prezioso che non deve essere danneggiato; un tatuaggio quindi lo contamina. è come l’iscrizione ‘vasya è stato qui‘ su una madonna di raffaello, o il simbolo del dollaro disegnato da alexander brenner su un quadro di malevich. d’altro canto, se il corpo umano è stato creato da dio, allora ciò che è scritto su di esso è altrettanto sacro come l’iscrizione su un’icona o le lettere sulla croce cristiana. un tatuaggio diventa una parola viva rivolta a dio. si tratta di una firma che contiene in sé tutto l’autore in forma primordiale; c’è dentro tutta la sua anima.

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