nero abbecedario [F]

Posted on 3 dicembre 2012

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la lettera f è stata quella più difficile.
sino adesso.

dopo aver scorso tutte le parole, in genere, sul mio foglio di carta campeggiano una ventina di termini, dei quali solo 2, alle volte 3, possono dirsi idonei a diventare parte del progetto.
per la lettera f non è stato così.
ho dovuto scorrere per la prima volta sia il famoso, solito dizionario cartaceo sia quello online (certamente più aggiornato e quindi più ricco di nuovi termini) perché la prima cernita si era rivelata un buco nell’acqua.

per la legge di murphy andrà male anche la seconda.

il mio pezzo di carta era incredibilmente affollato da parole completamente insulse: poco incisive, poco originali, per niente ‘nere‘.
la lista era questa: falce, fallimento, fame, famelico, fatale, fatiscente, fattura, fauci, fetido, fiele, fiotto, fobia, fogna, forca, fornace, fosco, fossa, frattura e frenesia.

interessante era il termine fiele (sinonimo di amaro, amarissimo) molto poetico e sottile; si sarebbe anche prestato ad una macabra allegoria, ma stonava… non era certo una ‘nera parola‘.
rimaneva solamente fossa, una forzatura; e su quella mi son messo a lavorare senza nessun tipo di convinzione.

l’idea che avevo era disegnare una fossa comune senza molti particolari: teste, gambe e braccia annodati alla rinfusa, corpi gettati via senza troppa cura e abbandonati alla casualità di posture diverse, sovrapposte in alternanza di bianchi e neri.
dopo aver abbozzato l’illustrazione mi sono reso conto che non avrebbe funzionato: poco spazio a disposizione, nessun rimando allo stile delle precedenti e soprattutto nessuna soddisfazione.

dopo aver abbozzato un cumulo di teschi ho cancellato tutto per l’ennesima volta, ripartendo da uno a caso del mucchio (quel teschio diventerà poi il definitivo, quello il cui sguardo è rivolto verso l’alto) ma vorrei sottolineare che la scelta è stata assolutamente casuale.
come sempre succede quando non ho le idee chiare, avrei preso tempo a definire i dettagli del soggetto principale, aspettando l’illuminazione giusta per completare poi l’opera.

tra le tante idee che saltavano fuori mano mano vorrei citare quella per me più interessante: vista dall’alto; un pozzo circolare abbastanza profondo e stretto; l’illustrazione che si sviluppa in diagonale. nell’esatto centro del pozzo, molto piccolo, un unico teschio bianco che si staglia nel nero più assoluto. il teschio guarda verso l’alto; fissa l’osservatore come a chiederne aiuto.
mi piaceva molto quell’immagine spuntata all’improvviso nella mia testa, ma pensandoci bene quel pozzo non era una fossa e a crollare non era un dettaglio da poco ma tutta la base concettuale dell’illustrazione. e se avessi sostituito il pozzo con una fossa non sarebbe stata certo la stessa cosa.

terminato il teschio nei dettagli decisi allora di ‘affogarlo‘ per metà nella terra nera: sarebbe stata una fossa comune solamente immaginata, dato che il layout finale ne avrebbe riportato la parola in bella vista e l’osservatore allora sarebbe stato costretto a vedercela, in un modo o nell’altro.
(curioso, mi sovviene ‘ceci n’est pas une pipedi magritte…).

quando cominciai a tracciare le linee bianche della terra mi feci prendere la mano e casualmente successe il miracolo, quello che in gergo chiamo ‘l’espiazione‘.
succede raramente, e solo quando inizio un lavoro senza troppa convinzione o perché autoimposto per noia o per fare semplicemente numero.
dopo tanto disegnare a vuoto, senza nessuna convinzione inizia il mal di testa perenne e lo sconforto cosmico perché l’insoddisfazione continua a scavare anche nel sonno. devo cioè espiare l’illustrazione.
questa fase ha termine solo quando si accende d’improvviso una luce che conferisce un’idea o una chiave di lettura diversa, dando così l’anima all’illustrazione; rendendola ai miei occhi apprezzabile.

le linee della terra confluivano tutte nella cavità orale della mandibola superiore come un gorgo. quella era la chiave di lettura; quella era la vera fossa.

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