steve jobs

Posted on 4 aprile 2013

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non avevo mai permesso ad un computer di entrare nella mia arte; per me significava barare. la manualità era un dono troppo prezioso per esser trasformata in bit freddi e comuni.

il mio primo personal computer ricordo fosse uno dei primi pentium III con windows; la microsoft aveva il predominio del mercato grazie alla sua politica di ‘spezzettamento’ a basso costo: software adattabile ad ogni tipologia di hardware.

crescendo continuai ad usare windows, scegliendo però l’hardware da me e assemblandolo in casa: ero in piena fase ‘videogames’ (dalla quale non sono mai riuscito a riprendermi n.d.a.) e tutti i titoli giravano o sotto windows o su piattaforme dedicate… non c’era molto da scegliere.

arrivai alla apple tardi e ci arrivai grazie alla mia professione di grafico: l’azienda per la quale lavoravo acquistò per me un imac da 24 pollici e da quel momento rifiutai di tornare a windows e al suo hardware di madre ignota.

conoscevo da tempo i prodotti apple ma il nostro incontro, per qualche oscuro motivo, era sempre stato rimandato.

io, grafico creativo con una spiccata deformità artistica compresi che il computer poteva essere un mezzo, e nonostante quello che ancora posso pensare sulla manualità e sugli artigiani dell’arte sono certo che ognuno di noi debba scegliere la protesi migliore per il proprio cervello.

nella mia carriera professionale, una delle cose che mi veniva richiesta più spesso era ideare e disegnare interfacce grafiche per prodotti digitali.

non avendo nessuna concezione di programmazione (e negli anni ho sempre preferito mantenere intatto il mio focus sull’utente) non avevo nessun limite: mi lasciavo trasportare dalle intuizioni e dalla creatività più assoluta, ricercando il bello e la semplicità.

nella tecnologia, l’ho imparato a mie spese, non esiste il concetto assoluto di semplicità, perché quello che è semplice per un grafico è impossibile per un programmatore, e quello che è semplice per un programmatore è quasi sempre brutto e certamente non usabile dall’utente.

così succedeva spesso che qualche programmatore tirasse fuori la supercazzola in ‘programmatorese’: che servisse molto più tempo, che servissero molti più soldi del budget iniziale e bla, bla, bla il prodotto finiva per trasformarsi in un’altra cosa, oscena e neppure funzionante.

l’unica strada che potesse scongiurare questa fine ignobile era la passione del programmatore, o ancor meglio era (mi è capitato solo pochissime volte) la visione fortemente allargata, la grande passione e un credo ferreo nella creatività del dirigente.

ecco, per me steve jobs era questo.

una persona che non veniva dal mondo della programmazione come bill gates ma uno che credeva fermamente nella creatività e nelle intuizioni, che vedesse il mondo mediando tra tecnologia e arte.

aveva una passione violenta per il suo lavoro ‘a me i computer non interessano granchè‘ (racconta marsalis, trombettista jazz a cui jobs stava spiegando la genialità di itunes n.d.a.), ‘e continuai a ripeterglielo. ma lui va avanti per due ore. è posseduto. dopo qualche istante cominciai a guardare lui anziché il computer: quella sua passione mi affascinava…’

il suo obiettivo non era solo far soldi ma soprattutto creare dei prodotti eccellenti quando chiunque si fermava appena alla sufficienza.

se qualcuno di voi ha mai scartato dalla confezione uno qualsiasi dei prodotti apple sa cosa sto cercando di scrivere: si ha come la sensazione di trovarsi tra le mani un oggetto importante, non ordinario… un gioiello. questo è l’eccesso di jobs, di come si sia sempre dedicato anche ai più piccoli dettagli apparentemente insignificanti, come la circuiteria interna o il packaging, di come per primo abbia messo davanti a tutto il design, l’estetica, la bellezza. e il mondo gli ha dato ragione.

la sua concezione di azienda poi era rivoluzionaria; mirata al coinvolgimento di tutti i reparti: predicava gli incontri spontanei nei corridoi, le conversazioni… perché era da questo che nascevano nuove idee.

nel lungo discorso della mia vita professionale ogni azienda, in crisi economica, ha sempre fatto fuori per primo il reparto creativo. tranciato via di netto, con la bassa considerazione delle figure inutili.

le aziende (soprattutto quelle della pubblica amministrazione) sono convinte che un prodotto brutto ma funzionante venda. io ho sempre sostenuto invece il contrario: che se dovessimo estremizzare il concetto venderebbe più un prodotto bello ma non funzionante, soprattutto quando la consuetudine è quella di realizzare dei prodotti brutti e non funzionanti con la concezione di arraffare dei soldi facili.

steve jobs non ha inventato tantissime cose, non ha fatto nulla di così eclatante. ha saputo gestire con somma maestria combinazioni di idee, arte e tecnologia; ha saputo costruire un marchio e una azienda circondandosi di persone che avessero la sua stessa passione; ha saputo mantenere intatta la propria filosofia senza venire mai a patti con nessuno e soprattutto ha sempre preteso il massimo da chiunque… anche quando questo sembrava impossibile.

che voi siate contro o a favore di quest’uomo bisogna riconoscergli di esser riuscito a cambiare il mondo; e se ci è riuscito, significa che quelli come me, con una normale concezione della vita senza nessuno sbocco applicativo stanno dalla parte giusta. e non siamo noi ad esser sbagliati, è tutto il resto casomai che arranca nella direzione opposta.

think different.

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Posted in: libri