nero_tradizionale_deviato

Posted on 29 aprile 2013

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nero_tradizionale_deviato[file: http://www.andreapes.com/227_652_pro_631.php]

questa illustrazione è venuta fuori mentre buttavo giù il disegno per un tatuaggio: è stata prima una maschera del carnevale tradizionale, è diventata un coltello, poi nuovamente un tatuaggio e alla fine solamente un’illustrazione.

dato che il lavoro ha un forte sapore di sardegna, ho chiesto ad ilenia atzori (una laurea in operatore per il turismo culturale a ferrara, guida turistica, blogger di cultura e turismo su wunderkammer e turismo in sardegna, nonchè appassionata di tradizioni dell’isola) di scrivere il post a corredo dell’illustrazione.

quel che ne segue è il suo punto di vista; le sue parole…

adoro le maschere… anticamente, si credeva avessero il potere di connettere il mondo degli spiriti (divini o dei defunti) con il nostro: si indossava la maschera con le sembianze dello spirito che si intendeva invocare, e si diveniva il tramite attraverso il quale lui comunicava con noi.

in questo caso, ci troviamo di fronte ad una maschera dalle fattezze umane, ispirata alla tradizione sarda: un viso deformato in una smorfia che è insieme ghignante e tragica. un’espressione nota col nome di riso sardonico, di cui il poeta greco omero riferì per primo, nell’odissea (XX, v. 302); sempre nella mitologia greca, il riso sardonico è attribuito anche alle vittime del gigante bronzeo talos, guardiano di creta, che stritolava chiunque cercasse di invadere l’isola, soffocandolo in un abbraccio che ne deformava, terribilmente, l’espressione in un tragico sorriso.

un’espressione enigmatica che sembra caratterizzarci da secoli (testi classici riferiscono di una pratica, detta geronticidio, comune nella sardegna preistorica, che consisteva nell’uccisione rituale degli anziani da parte dei figli, che ne avrebbero preso il posto come capo famiglia o guida della comunità), la cui spiegazione potrebbe trovarsi nel fatto che avvicinarsi alla morte impauriti e vili sarebbe stata cosa turpe.

il lungo naso ricorda quello della filonzana, maschera tipica del carnevale di ottana (NU), la cui origine sembra risalire alla figura di una delle tre parche della mitologia greca, con il compito di tessere –ma anche recidere- il filo della vita. ma anche la maschera del merdule (ottana) o del mamuthone (mamoiada, NU), la cui espressione è accentuata al limite dell’estremo.

qui, la maschera è anche l’impugnatura di un coltello: s’arresoja (resorza, resolza o arresorza, a seconda dell’area linguistica), anch’esso appartenente alla secolare tradizione isolana. tuttavia, la particolare composizione dell’illustrazione è strettamente legata anche alla storia dei tatuaggi: la lama attraversa, idealmente, un lembo di pelle, dal quale fuoriescono tre gocce di sangue. lo stile è definito old school, termine che indica i vecchi tatuaggi di tradizione occidentale o americana, con le scritte in grassetto e colori accesi come il rosso, linee di contorno in nero o blu ed ombre quasi –o totalmente- inesistenti. nello stile di andrea, però, tutto questo viene tradotto in un bianco e nero molto intenso, senza alcuna scritta. un richiamo velato [nemmeno troppo, per i più esperti] ad un’altra antica tradizione.

si tratta quindi di un’illustrazione complessa: potrebbe essere il progetto per la realizzazione di un coltello artigianale, l’idea per un tatuaggio, un’opera d’arte nella quale si intrecciano diversi elementi quali morte (l’invocazione degli spiriti dei defunti; la filonzana che recide il filo della vita; il coltello inteso come arma per l’offesa), protezione (attraverso la maschera, si poteva chiedere la protezione degli spiriti divini, così come il coltello può essere utile per la difesa personale), e tradizione (la maschera e il coltello per quella sarda; la composizione dell’opera per quella dei tatuaggi; la mitologia greca). o chissà, magari niente di quel che ho scritto, perché va sempre a finire che la mia interpretazione si perde inesorabilmente tra i deserti gotici della mente di andrea…

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