piranesi ritrovato

Posted on 8 maggio 2013

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piranesi[file: tavola numero VII, il ponte levatoio, delle carceri d’invenzione. g.b. piranesi]

piranesi ritrovato è il titolo di una mostra inaugurata a cagliari lo scorso dicembre. anzi, in realtà si tratta di più mostre… mi spiego meglio. di recente, alla biblioteca del dipartimento di architettura dell’università di cagliari, sono state ritrovate oltre mille stampe di giovanni battista piranesi.

si tratta di un fondo acquisito nel 1916 dall’allora real museo dell’università di cagliari, in un momento in cui il governo, attraverso la calcografia nazionale, investì nella stampa dalle lastre originali, e la successiva distribuzione delle opere (presso musei e gabinetti dei disegni e delle stampe, annessi alle biblioteche nazionali), allo scopo di rendere accessibili gli studi di piranesi alla formazione culturale, soprattutto di ingegneri ed architetti.

come spesso accade, questa grande mole di materiale fu archiviato, e se ne perse la memoria. fino a poco tempo fa. dal suo rinvenimento, sono nate tre esposizioni: due a cagliari (centro comunale di arte e cultura “il ghetto” e palazzo di città) ed una al museo di belle arti di bilbao. le due esposizioni di cagliari, visitabili fino al 12 maggio 2013, si distinguono in ‘piranesi ritrovato. segni del paesaggio urbano‘, curata da anna maria montaldo e gabriella locci, allestita al palazzo di città (il palazzo viceregio, per intenderci, nel quartiere di castello) e ‘piranesi ritrovato. l’ideologia del bene comune per la città‘, curata dalla prof.ssa maria grazia scano naitza, al ghetto, della quale parleremo in questo post.

personalmente, mi limiterò a darvi alcune informazioni utili, poi passerò la parola ad andrea pes (illustratore, grafico, fotografo analogico e tatuatore), che vi parlerà del piranesi e delle sue tecniche.

entrambe le esposizioni cagliaritane sono visitabili tutti i giorni, eccetto il lunedì, dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 20, acquistando un biglietto del costo di 5,00 € (ridotto: 3,00 €), con un supplemento di 2,00 € se si desidera vivere la mostra attraverso una visita guidata. al ghetto potrete ammirare non sono l’architettura visionaria dell’artista, di cui le Carceri d’invenzione sono l’esempio più noto, ma anche numerose vedute di roma. come vi dissi per ‘le stive e gli abissi‘, il ghetto è una location fantastica per l’allestimento di una mostra, ed anche in questo caso si rivela uno scenario perfetto per stampe che raccontano anche l’archeologia della capitale.

i pannelli descrittivi sono molto utili e curati: quelli iniziali, ad esempio, sono stati realizzati in collaborazione con giorgia atzeni, cultore della materia storia dell’arte moderna presso l’univesità di cagliari, ed illustrano nomi e procedure delle varie tecniche di stampa. per ulteriori informazioni, vi consiglio una visita al sito web del consorzio camù, nel quale troverete anche un video sulle stampe esposte.

l’idea di farvi raccontare piranesi da andrea nasce dal fascino che questi esercitò su di lui, proprio con le carceri di invenzione: è così che io conobbi piranesi, attraverso le sue parole. e adesso, vorrei che quel fascino catturasse anche voi…

(…) non sono mai esistite prigioni più terribili delle fantastiche ‘carceri d’invenzione’ di giovanni battista piranesi (…) . c’è solo da ringraziare il cielo che esse appartengono al mondo della fantasia: non vennero infatti mai realizzate, se non in una serie di immagini di grande vigore drammatico. (…) terrificanti squarci di una realtà solo immaginata, baratri psichici quasi disabitati, i loro protagonisti sono gli oggetti e le architetture dall’aspetto spettrale. l’elemento fondamentale delle ‘carceri d’invenzione’ sono le scale: gradinate interminabili di legno e di pietra che non portano da nessuna parte, e che si snodano attraverso spazi limitati da volte gigantesche sorrette da muri umidi e secolari. pochi altri elementi contemplano il loro potere evocativo: camminatoi malsicuri, carrucole, catene, immense travi slanciate nel vuoto, anelli di ferro che suggeriscono la presenza di prigionieri nascosti in qualche antro la cui presenza invisibile non fa che accrescere l’angoscia dello spettatore. (fonte: dizionario dei misteri: le dimore misteriose; a cura di alfredo castelli e mario gerosa).

conobbi piranesi così, all’età di 17 anni, nel 1992; come sempre grazie ad un fumetto. alla pagina 37 del piccolo dizionario le dimore misteriose di martin mystere si parlava infatti delle carceri d’invenzione: le poche righe di testo che avete letto sopra erano a corredo di un’unica immagine che s’impresse a fuoco nella mia testa, cambiando per sempre la mia produzione artistica. quell’immagine era la tavola numero VII, il ponte levatoio, delle carceri d’invenzione.

l’ossessione di conoscere divenne allora una malattia. non avevo che poche righe e quell’unica immagine per rispondere a tutte le mie domande e per un diciassettenne senza soldi e senza internet non restava che la fantasia.

ricordo che cominciai a disegnarle io le tavole rimanenti e scrissi anche un racconto breve immaginando le sensazioni di un prigioniero rinchiuso nel buio di quelle prigioni e costretto a vagare  per sempre in quell’architettura malata:

(…) tastai l’oscurità.
quando mi rinchiusero qua dentro per scontare la mia pena, vidi senza occhi lunghi e deformi camminatoi che si snodavano invisibili uno dentro l’altro.
celle che potevano essere ovunque e di cui avevo la fobia che varcandone la soglia sarei precipitato in un pozzo senza fine.

ci vollero anni prima che arrivassi a roma, in una biblioteca specializzata e potessi acquistare ‘the prisons’ dell’americana dover pubblications inc. con la raccolta di tutte e sedici le tavole.

la celebrità di piranesi è dovuta anche alle sedici tavole delle carceri del 1745-1750, immagini di architetture fantastiche. le carceri d’invenzione sono una serie di 16 stampe prodotte in due edizioni, che mostrano enormi sotterranei a volta con scale e possenti macchinari. queste incisioni influenzarono il romanticismo ed il surrealismo ma anche le scenografie teatrali del ’700.

la prima edizione fu pubblicata nel 1745 e consisteva di 14 incisioni. nella seconda edizione del 1761, tutte le incisioni furono rielaborate e numerate in numeri romani da I a XVI (1-16). I numeri II e V erano le nuove tavole introdotte in questa seconda edizione. le tavole numerate da I a IX erano in formato ritratto (più alte che larghe), mentre quelle da X a XVI erano in formato paesaggio (più larghe che alte).

originariamente, nel 1761, le tavole erano più luminose ma nel 1770 le carceri furono nuovamente rielaborate su indicazioni dell’editore di piranesi, bouchard, per renderle più scure e contrastate ed ottenere così un effetto più teatrale. la maggior parte delle riproduzioni delle carceri attualmente in circolazione sono state fatte dopo questa elaborazione. è possibile visionare una di queste riproduzioni nel museo di biltmore estate della famiglia vanderbilt a asheville, north carolina. (fonte: wikipedia)

quando seppi della mostra piranesi ritrovato a Cagliari e lessi che comprendeva anche delle tavole originali delle carceri, potete solo immaginare cosa significasse per me quell’evento…

giovanni battista piranesi, detto anche giambattista è stato un incisore, architetto e teorico dell’architettura italiano, ma in questo articolo parleremo di lui esclusivamente come incisore acquafortista. il termine acquaforte, che anticamente designava l’acido nitrico, è una tecnica d’incisione incavografica: tecnica che prevede cioè l’incisione dell’immagine sulla lastra metallica. tale lastra, o matrice, presenta dei solchi che riempiti di inchiostro lasceranno l’impronta sulla carta.

per la stampa si inchiostra tutta la superficie, che poi viene pulita dall’eccedenza d’inchiostro con una tela chiamata ‘tarlatana’, e con carta velina, per cui soltanto i solchi trattengono l’inchiostro. la carta deve essere inumidita tempo prima e con l’ausilio di un torchio, va premuta con forza sulla matrice. le lastre di metallo si possono lavorare con tecniche diverse ma l’acquaforte è una di quelle indirette, in quanto sarà l’acido ad incidere il disegno tratteggiato sulla lastra ricoperta da una vernice cerosa. Il bagno d’acido che corrode la lastra viene detta morsura e questa può essere piana, se la durata dell’acidatura è uguale su tutta la lastra; oppure a più morsure se i tempi di corrosione dell’acido variano da zona a zona della lastra, per ottenere solchi più o meno profondi e quindi maggiori o minori quantità d’inchiostro in fase di stampa; innovazione questa apportata proprio dal Piranesi che per l’esigenza di ottenere ombre più nere e quindi solchi più profondi della morsura piana impiegava ripetute coperture di vernice protettiva su cui apportare nuovi segni prima di procedere a una seconda morsura della matrice.

Le Carceri di Piranesi hanno qualcosa di magico. Mi persi dentro quelle costruzioni tanto tempo fa, quando avvicinandomi alle riproduzioni delle tavole ammiravo estasiato quel tratto all’apparenza confuso, deciso e veloce, quasi da schizzo su carta; segni che si sovrapponevano convulsamente sino a formare un nero spettrale o un bianco malato, mai nitido e puro che si dissolveva in profondità.

Mano a mano che allontanavo lo sguardo dal particolare l’occhio concepiva il prodigio della geometria e della prospettiva, esaltate da un sapiente accostamento di luce e di ombre. Ma è nella consapevolezza di ritrovarsi nel mezzo di oscuri luoghi d’invenzione che risiede la genialità dell’opera: è quel sottile senso d’inquietudine che ti assale alla vista di paesaggi quasi alieni dentro i quali affogano piccole presenze umane che la testa afferma essere dei carcerati…

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