nero abbecedario [I]

Posted on 5 novembre 2013

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ictus, immondo, impazzire, impiccato, imputridire, incesto, incubo, inedia e poi inferno. la cerca era terminata, e non aveva più senso andare avanti con il resto delle parole incolonnate sotto la lettera ‘i’ del mio solito dizionario enciclopedico deagostini.

nonostante a molti possa suonare banale, inferno costituisce forse la ‘parola nera’ per antonomasia; quella che più incarna il concetto di malvagità, caos, dolore e oscurità…

solo perché comunemente usata nel linguaggio di tutti i giorni perde forse un po’ del suo magnetismo, ma se vi soffermate per un attimo a contemplarla, a rimirarne tutti i suoi particolari… allora probabilmente capirete.

ma non è per questo motivo che ho scelto inferno. o almeno, non è l’unico.

la banalità non sta mai nelle parole, casomai nella forma che gli si attribuisce. l’iconografia cristiana e non, è densa di rappresentazioni diverse che nel tempo hanno radicato in noi un’immagine comune: un luogo buio non ben definito, popolato da pochi esseri cornuti e mostruosi da una parte e da una moltitudine di corpi pseudo-umani con espressioni contrite di dolore dall’altra; il tutto incorniciato da fiamme e stridore di denti.

forse inconsciamente, ho preferito la parola inferno per necessità: cimentarsi con un termine che si trascina dietro un archetipo pesante e stravolgerlo è sempre una bella sfida.

nel mese di giugno avevo creato l’illustrazione per la copertina di un cd musicale, sviluppando la silhouette di una città su un cilindro di carta che si chiudeva in prospettiva attorno ad una lampadina accesa. il risultato (ma soprattutto l’idea) mi piacque veramente tanto e dato che i nostri occhi vedono sempre quello che hanno già visto, quel giorno mi venne in mente lo zootropio, che avevo scoperto tempo addietro al museo del cinema di torino.

per quanti di voi non sapessero cosa sia lo zootropio riporto di seguito alcuni passi tratti da wikipedia: lo zootropio è un dispositivo ottico per visualizzare immagini, disegni, in movimento, inventato da william george horner nel 1834.

una serie di disegni riprodotta su una striscia di carta, viene posta all’interno di un cilindro dotato di feritoie a intervalli regolari (una per ogni immagine) atte a visionare le immagini stesse. grazie al principio della persistenza retinica, la rapida successione di immagini conferisce l’illusione di movimento.

quello strano congegno mi affascinava e lo riposi temporaneamente su una mensola del mio cervello, in attesa del tempo in cui l’avrei usato per qualcosa.

quel tempo giunse proprio quando lessi sul dizionario la parola inferno. quella scintilla legò subito insieme inferno e zootropio indissolubilmente.

mi apparve un teschio umano (che fantasia eh? n.d.a.) visto dall’alto; sezionato orizzontalmente poco sopra le cavità orbitali. quanti di noi non hanno mai asportato la volta cranica per cavarne il cervello? sapete benissimo di cosa sto parlando.

quel cranio così scoperchiato sarebbe stato il cilindro del mio zootropio e avrebbe accolto nel suo interno la striscia di carta con i disegnini in sequenza.

l’impugnatura per reggere il dispositivo (che funge anche da perno attorno al quale ruota il mio teschio-zootropio) sarebbe stato un semplice bastone in legno, inserito nella parte inferiore del cranio, direttamente nel foro occipitale (quello che mette in comunicazione la cavità cranica con il canale vertebrale n.d.a.).

la parte alta del mio teschio ovviamente doveva essere modificata per divenire un cilindro perfetto sulla cui circonferenza ricavai poi quelle lunghe finestrelle, scavate direttamente nelle ossa col fuoco.

quel che ancora non avevo definito era la parte più importante: i disegnini dell’animazione; e per questo mi presi tutto il tempo per pensarci su.

inutile dirvi quante idee accantonai perché reputate banali e non all’altezza; questa volta più che mai ero alla ricerca di qualcosa di terribilmente creativo!

due giorni dopo ebbi la mia idea.

immaginai il volto di un demonio (come quelli tanto in voga nelle illustrazioni di fine ottocento) che scomponesse in ogni singolo disegno le sillabe di una parola. il mio teschio-zootropio avrebbe reso possibile il movimento della bocca del demonio come se questo parlasse, e dato che il congegno non poteva avere il sonoro, immaginai un messaggio subliminale reiterato all’infinito: quell’animazione poteva imprimere nel cervello di chi guarda un comando, un’azione o uno stato d’animo a livello inconscio?

sarebbe stato possibile capire quell’oscura parola solo dai disegni delle labbra? oppure l’osservatore sarebbe caduto in uno stato d’ipnosi o di trance indotto dall’animazione continua?

l’idea mi allettava, tant’è che nei giorni successivi continuai a fantasticare su quella parola misteriosa che il diavolo dovesse ripetere e soprattutto sugli effetti che questa avesse avuto sul malcapitato osservatore.

arrivai a delle conclusioni aberranti e molto fantasiose che in questa sede è meglio tacere.

quel che rimaneva era la mia versione di inferno: uno stupido giochino che cela una forza oscura in grado di tormentare la mente all’infinito, trascinando l’anima sino ai limiti estremi della sofferenza assoluta.

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