pesatura delle anime

Posted on 10 dicembre 2014

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pesatura[file: http://andreapes.com/227_695_pro_770.php]

ho sempre completato ogni singola illustrazione nel giro di poco tempo. tre settimane, un mese; forse in un paio di eccezioni sono arrivato a tre, convinto che se avessi superato questo lasso di tempo sarebbe diventata un’ossessione.

quando ad aprile ritirai fuori dal sottoscala l’idea della pesatura non avrei mai immaginato che ne avrei impiegato addirittura otto di mesi, addentrandomi nel buio di voragini infinite che conducono solo alla pazzia.
certo, potrei dire che ci ho lavorato solo negli scarti di tempo, nei fine settimana, ma il percorso è stato ugualmente terribile, sospeso tra la nausea dell’andare avanti e l’ossessione di fermarmi.

era quello che in informatica si definisce deadlock, una situazione di stallo: se disegnavo, il rigetto era così forte da farmi apparire insulso ogni tratto sino alla depressione. se non disegnavo invece, un tremendo senso di vuoto mi logorava il cervello sino alla depressione ugualmente.
andavo avanti cercando di non cadere: forzavo sin quando potevo e mollavo quando non riuscivo, sperando che il giorno dopo sarebbe stato sempre migliore.
e così mi sono trascinato.

il concetto della nuova illustrazione era comunque rinchiuso da molto tempo in qualche sottoscala del mio cervello, dormiente, in attesa del momento giusto.
con il termine psicostasia si vuole indicare la cerimonia cui, secondo il libro dei morti nel capitolo 125,[1] dell’antica religione egiziana, veniva sottoposto il defunto prima di poter accedere all’aldilà. più usualmente, la psicostasia è nota come ‘pesatura del cuore’, o ‘dell’anima’. (tratto da wikipedia).

nella rappresentazione più famosa, anubi (dio dell’imbalsamazione) armeggia con un’enorme bilancia, su un piatto della quale sta il cuore del defunto (sede di tutte le azioni buone o malvagie compiute in vita) e sull’altro la dea maat, simbolo di giustizia e verità.
se il cuore bilancerà la dea, il defunto verrà dichiarato giusto ed ammesso nel regno dei morti, in caso contrario ammit (una creatura mostruosa detta anche la divoratrice) ingoierà il cuore del morto costringendolo a passare l’eternità negli inferi.
furono proprio gli egizi ad usare per primi la bilancia come simbolo di giustizia.

è dunque il giudizio divino, trattato in molte culture e religioni, durante il quale le anime dei morti vengono misurate in base alle proprie azioni terrene per esser salvate o dannate per sempre.

sì, i tempi si eran fatti decisamente maturi e dopo aver quindi approvato e protocollato idealmente il concetto, l’iter prevedeva un’idea sulla quale abbozzare il disegno.
anzitutto la bilancia: scartai subito quella canonica a due piatti per scegliere immediatamente la stadera che oltre alla forma molto più interessante, per me è ancora intrisa di mistero.
da piccolo, quando mia madre acquistava il pesce da un ambulante sotto casa, oltre alla puzza del pescato combinata a quella della benzina, ricordo ancora lo stupore che avvolgeva i miei occhi ogni qualvolta il pescivendolo operava la magia di far rimanere in equilibrio lo strumento carico su di un dito solo. oltre questo non so dire perché la trovi così misteriosa: il fascino delle leve a bracci diseguali, il suo strano funzionamento, la sua forma così eccentrica…

ovviamente il romano (il peso che si sposta sull’asta graduata n.d.a.) sarebbe stato reinterpretato da un teschio, mentre la parte dell’anima… c’era ancora un vuoto da colmare: cosa avrei potuto inventarmi per materializzare l’essenza della vita?
l’idea non arrivava e decisi di non aspettarla, cominciando quindi ad abbozzare i contorni del disegno, convinto che qualcosa da mettere sul piatto della bilancia alla fine l’avrei comunque trovata.

definiti i contorni e la bozza cominciai a lavorare sui dettagli del teschio.
l’idea iniziale ne prevedeva uno solo (uno normale intendo n.d.a.) ma poi, chissà perché, mi tornò in mente dante e il suo inferno.
ho imparato a fidarmi ciecamente dell’istinto perché sono inspiegabili i mille validi collegamenti che ti spingono a disegnare qualcosa che sulle prime giudichi insensata e fuori luogo.
comunque sia, dante descrive il demonio come un’enorme e orrida creatura, pelosa, dotata di tre facce su una sola testa e tre paia d’ali di pipistrello. tre facce su una testa sola…
non ricordavo benissimo dante ma avevo fissata nel cervello l’immagine di lucifero data dal codex altonensis.
anche il mio romano avrebbe avuto 3 facce (a dir la verità lo immagino composto di 4, ognuna rivolta verso ognuno dei punti cardinali, ma data la bidimensionalità dell’illustrazione se ne vedono solamente 3 n.d.a.) fuse insieme in un unico blocco.

l’impostazione di stile che inconsciamente prese quel teschio, modificò radicalmente l’idea generale che ne avevo. è una cosa normale e abbastanza comune in ogni campo: nell’arte visiva man mano che l’occhio si abitua pretende sempre maggior dettaglio, così da elevare piano piano l’artista al risultato ottimale, oltre il quale si standardizza e non può più migliorare.
se prendiamo le mie vecchie illustrazioni vedo subito quanta differenza ci sia: e nello spessore dei tratti e nella quantità di bianco. nel tempo le linee si sono via via rinnovate di un tratto molto più lineare, assottigliandosi, moltiplicandosi e ovviamente definendo sempre più particolari.
è un percorso al quale non possiamo sottrarci.

finiti i dettagli del teschio ho proseguito sul braccio della bilancia, i ganci, le catene e il piatto, terminando ogni volta tutti i dettagli prima di spostarmi al pezzo successivo.
l’idea per l’anima arrivò per caso, mentre distratto in una sorta di catatonia vigile ripensavo a quale potesse essere il giusto contenitore per tutte le nostre azioni, tutti i nostri ricordi…

 

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