ignorance is bliss

Posted on 23 gennaio 2015

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alle volte le illustrazioni nascono così: dalla noia o dall’apatia; dall’istinto di colmare un buco nell’anima, dal desiderio di percepire il tempo più veloce o solo per far cessare i pensieri.

fu così che presi carta e pennarello, col desiderio di realizzare qualcosa di opprimente e inquietante come… come le pitture nere di goya. è proprio lui che mi venne in mente.

il desiderio di rendere omaggio al grande pittore e incisore spagnolo si fece insopportabile.

abbozzai la silhouette di un uomo di spalle. avevo immaginato un fondo nero dentro il quale annegare ogni cosa però. come avrei staccato il nero della figura dal nero dello sfondo? l’uomo doveva esser circondato da una sfera bianca. poteva stringere una lanterna nella propria mano? tracciai una spirale di cerchi concentrici senza mai staccare il pennarello dal foglio. ora il mezzobusto del portatore di luce si stagliava nitido. e adesso? un uomo vaga nell’oscurità e… il buio! certo. un’orribile presenza avrebbe dominato l’ignaro viandante. il collegamento mentale si chiuse poi sui volti ghignanti di goya che disegnai alla meno peggio. lo studio era pronto. erano passati forse trenta secondi.

lanciai illustrator. contemporaneamente avviai itunes, scovai l’album let’s face it dei mighty mighty bosstones e partii.

tracciata la silhouette mi dedicai al cerchio di luce. sul bozzetto mi piaceva abbastanza l’idea della spirale veloce e casuale, con un tratto anche piuttosto grossolano. cominciai da lì. sbattei la testa prima sulla spirale disordinata, poi su una serie di cerchi ordinati che si assottigliavano sino a scomparire. non mi piacevano. lo stile era forse troppo ricercato e complesso per quello che avevo in mente, quindi tracciai un’unica circonferenza a mano libera e fu buona la prima.

al portatore di luce aggiunsi il cappello a cono con le orecchie d’asino; più per estetica che per altro, o forse perché inconsciamente sapevo già…

passai dunque al protagonista: il buio. tra tutti i volti grotteschi dipinti da goya (e tutti bellissimi n.d.a.) quello che avevo abbozzato in maniera indegna sul mio foglio di carta prendeva spunto dal capolavoro la sepoltura della sardina. non ci volle molto per realizzarlo: la luce dal basso e i tratti che dovevano emergere lenti dall’oscurità mi facilitarono il compito.

all’uomo mancava ancora qualcosa. forse si capiva o forse no ma quella luce buttata lì, senza sapere da dove scaturisse era ambigua e aveva il suono stonato di una torcia elettrica. decisi una volta tanto di essere esplicito e disegnai dunque la fiamma di una candela far capolino dalla spalla destra del viandante. adesso era tutto molto più gotico. più noir.

non mancava più nulla se non delle piccole considerazioni sul formato (orizzontale o verticale?) e due, tre particolari che avrei lasciato per ultimi. ora dovevo impaginare sul nero: rimpicciolii il portatore, ingrandii il volto blasfemo, li allineai entrambi sulla stessa verticale e rimirai il tutto.

poteva andare, ma prima di decidere avrei voluto fare un’altra prova. volevo sostituire al ghigno in stile goya il mio marchio di fabbrica: un teschio umano. disegnato cercai poi di cancellarlo pezzo dopo pezzo, sempre di più, secondo la lontananza e la direzione della luce.

il teschio per me è l’armonia delle proporzioni, la forma perfetta: è la regola per il raggiungimento della bellezza. è difficile spiegarlo altrimenti. era ovvio che questa seconda versione fosse la mia preferita ma le tenni entrambe e al momento in cui scrivo sono ancora molto incerto.

c’erano ancora delle piccole cose da sistemare e lavorai in parallelo su entrambe le versioni. primo, il bianco e il nero non mi convinceva troppo. volevo provare con uno, due, al massimo tre colori che ispirassero la calda sensazione del lume della candela. usai un rosso per la fiamma (che di fatto costituisce il centro ottico dell’illustrazione n.d.a.), un’ocra per il cerchio di luce e lo stesso giallo per il volto/teschio, scurito però dell’80% per meglio definire l’immensità del buio solamente scalfito da quel minuscolo bagliore. mi piaceva soprattutto l’idea che non si vedesse ma si percepisse qualcosa, qualcosa che l’occhio non riuscisse bene a definire ma che infondeva una pesante oppressione.

molto meglio. il colore, per una volta, vinceva sul mio bianco e nero ai punti.

ultima considerazione da ponderare: il formato.

inizialmente ero convinto per quello verticale stretto, certo la soluzione migliore per incorniciare i due soggetti posti uno sopra l’altro. veniva meno però la maestosità delle tenebre che mi piaceva invece sottolineare. provato il formato orizzontale largo stile cinemascope non tornai più indietro: due piccole macchie di colore alla deriva senza peso in una nerezza senza fine.

il risultato finale era abbastanza strano. curioso ma piacevole.

assecondando il flusso delle mie sensazioni avevo ottenuto due versioni che non ricalcavano quasi più l’idea originale. il portatore di luce con le orecchie d’asino chi altri poteva essere se non lo stupido?

lo stolto che vaga nel buio della propria ignoranza è beato.

 

 

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