nero abbecedario [M]

Posted on 21 marzo 2015

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è un periodo molto prolifico questo: un’illustrazione settimana scorsa, una oggi e l’idea per un’altra domani; forse perché ci sono un paio di cose fuori posto nell’anima ed è proprio nel disordine che si trova l’esigenza d’impegnare le mani e soprattutto la testa.

la lettera L del nero abbecedario delle nere parole (per chiunque leggesse per la prima volta di questo progetto può farsi un’idea qui n.d.a.) è datata 3 marzo 2014, e a più di un anno di distanza, ho sentito la necessità di ritirar fuori il già noto dizionario enciclopedico de agostini dalla libreria e leggermi così parola per parola tutte le 90 pagine della M, alla ricerca della protagonista.

male, maledetto, malinconia, manicomio, marcio, massacro, mattatoio, miserabile, morto e mutilato.
scelsi inizialmente mattatoio ma dopo un paio di pensieri a vuoto declinai verso manicomio che, ad esser proprio sinceri, non è una parola che mi appaga del tutto (preferisco ospedale psichiatrico o sanatorio ad esempio) ma il significato, meglio, l’interpretazione che gli do, è una delle mie preferite.

c’è stato un tempo in cui vagare per macerie e luoghi abbandonati con l’unica compagnia della macchina fotografica aveva fatto di me uno zombie, un tossico che non riusciva più a privarsi delle oscure vibrazioni di cui erano impregnati quegli ambienti dimenticati. fabbriche, stazioni ferroviarie, miniere, erano però ben povera cosa in confronto all’estasi che avrei potuto raggiungere violando il silenzio di un carcere o di un manicomio. ho ancora in mente la foto che avrei voluto scattare: i disegni, i ritagli di giornale o le scritte sui muri di una cella spoglia. a scriverne così sembra davvero banale, ma voi non siete nella mia testa e non potete vedere.

non pensai a questo quando però cominciai ad elaborare un’idea per manicomio. immaginai il volto di una donna anziana al limitare di una vecchia finestra con sbarre arrugginite, che si limitava a fissare l’osservatore con un’espressione che ancora non sapevo. una persona che mi fissa dal buio di una finestra mi ha sempre inquietato. e a voi?

abbozzai il volto della vecchiarda usando spontaneamente uno stile diverso dal mio. a proposito di stile fatemi spendere solamente due parole: ho cercato il mio per anni, sperimentando di continuo tra il banale e l’eccentrico sino a trovarlo in un giorno lontano che non ricordo più, felice di aver finalmente concluso quel lungo viaggio nelle profondità del mio essere. col tempo e la ripetizione dei gesti cominciai ad affinarlo come le forme di plastilina morbida. ci tenevo (in verità forse anche troppo) affinché si potesse immediatamente riconoscere il mio pensiero attraverso la mia mano, ma oggi ho dei ripensamenti. è giusto essere schiavi del proprio stile artistico sino ai confini della monotonia, oppure è giusto evolversi alla propria esperienza, lasciandosi contaminare dalle bizzarrie della varietà? io tentenno.

scrivevo che usai spontaneamente uno stile diverso dal mio: fondamentalmente son passato dall’uso di linee a quello di aree.
sì, avete capito bene: per tracciare una linea da A a B normalmente si scorre la penna da sinistra a destra (o da destra a sinistra a seconda dei casi n.d.a.) in un unico movimento fluido; a me invece è venuto spontaneo tracciare un rettangolo ABCDA. ecco è tutto qui. il vantaggio sta nel fatto che le zone nere sono molto più irregolari e il risultato se da una parte si distacca nettamente dal concetto comune di illustrazione per avvicinarsi a quello della fotografia (la qual cosa ammetto non mi entusiasma per niente n.d.a.) dall’altra rende il risultato notevolmente più grezzo, sporco… grunge! a distanza di giorni, fissando il lavoro finito sul monitor ho improvvisamente esclamato: -cazzo… ma sembra qualcosa di jean-luc navette!
è possibile che forse, e sottolineo forse, in maniera del tutto inconscia, mi sia voluto rifare al mio tatuatore/illustratore preferito? è possibile che da oggi continui a fare uso di questo nuovo stile e abbandoni il vecchio in maniera definitiva? non lo so, ma rischio di diventare prolisso e frammentario.

quel volto che emerse piano sullo schermo del mio macbook pro finì col vestire un’espressione atona con note di tristezza. mi piacque proprio perché non aveva una chiave di lettura forte, definita: ognuno poteva leggerci quello che sapeva o quel che immaginava.
accantonai subito lo sdegno materiale per le sbarre alla finestra a favore della loro presenza percepita solo psicologicamente: bastava forse la loro ombra proiettata sul viso della donna a renderla una reclusa? e ancora: era lei a guardarci dall’interno del manicomio oppure era l’ignaro spettatore, viceversa, a trovarsi rinchiuso e a guardare al di fuori della finestra?

disegnai infine l’angolo di legno marcio degli infissi dissolversi piano verso destra e prima di terminare aggiunsi una piccola croce, con l’intento di bilanciare la composizione, dare profondità ed eliminare qualunque dubbio su chi stesse dentro e chi invece fuori.

 

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