chia laguna half marathon

Posted on 5 maggio 2015

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chia_half_marathon

il tempo ufficiale segna 1h, 38′, 58”.
si direbbe una prestazione neppure da buttar via, eppure, per come è maturata, chia rimarrà un’onta da lavare col sangue… prima o poi.
per ora non mi resta che cospargermi il capo di cenere e scrivere di questa grande lezione di vita.

subito dopo la mezza maratona di oristano corsa a marzo mi sono iscritto alla quarta edizione della chia laguna half marathon e dato che non conoscevo minimamente la zona, era d’obbligo ricercare tutte le informazioni possibili sul percorso di gara e cominciare a studiare.

non trovo granché nella rete, se non una mappa troppo scheletrica e la notizia che il tracciato è cambiato rispetto allo scorso anno. scrivo allora sulla pagina facebook ufficiale dell’evento, chiedendo almeno il profilo altimetrico del percorso. ma vengo beatamente ignorato.

è il 15 di aprile quando quelli dell’organizzazione si decidono a rivelare le prime informazioni sul nuovo percorso:
la gara è molto veloce nella prima parte, nei primi 10 km unico dislivello in salita di 10 m tra il km 2 e il 3. dal 4 km la gara prosegue senza variazioni altimetriche. la mezza passa poi davanti al resort e dal km 11 la strada inizia a salire per circa 500/600 m ad una pendenza del 5/6% per poi scendere di 400/500m sempre al 5/6%. al km 13 bellissima vista sulla spiaggia di tuerredda (?!?). si prosegue fino al km 15 al giro di boa di capo malfatano con leggere ondulazioni della strada e si ripassa da tuerredda; dal km 16 ricomincia la salita di 400/500m al 5/6%, dopo il km 17,5 inizia la discesa di 500/600m al 5/6%. la strada continua a scendere leggermente fino al km 19. ultimi 2 km piatti e si arriva alla finish line davanti al resort.’

salite di circa 500/600 metri al 5/6%? e quanto sarebbe in pratica il 6% di pendenza?
da quel giorno sono stato ossessionato dalle variazioni di altitudine, perché il runner teme quello che non conosce.

il 20 di aprile, sulla pagina facebook dell’evento compare finalmente il profilo altimetrico del nuovo percorso: una linea più o meno orizzontale dove svettano due picchi che neppure l’everest!
chiariamoci, a me le salite non spaventano più di tanto (è solo questione di allenamento) solo che qualche mese fa mi sono state vietate per non aggravare i miei dolori alla schiena e avrei voluto ricominciare in maniera graduale… e comunque non a 15 giorni dalla gara!
insomma, faccio qualche salita nel finale di preparazione ma non sono certo tranquillo: queste gambe sono da pianura!

3 maggio 2015. giorno della gara. sulla griglia di partenza ci sono poco più di 3000 persone distribuite in gabbie, come allo zoo: in prima fila i top runner come valeria straneo e ruggero pertile; in seconda fascia quelli che nella loro carriera sportiva hanno corso i 21 km con un tempo inferiore a 1h, 40′, in terza fascia quelli che invece l’hanno corsa con un tempo superiore e in quarta fascia tutti quelli della non competitiva.
sono le 9:30 di mattina e il sole già bastona parecchio, con sonore randellate da 25/30 gradi centigradi.

al via, il mio gruppo scatta veloce e dopo il primi 3 km avanza ancora compatto come un plotone d’esecuzione. andiamo forte: stiamo sui 4′,15” a chilometro. e io già comincio a pensare che a questo ritmo non andrò molto lontano.
davanti a me noto il palloncino del pace maker dell’1h, 30′ (letteralmente tenere il ritmo, sono assistenti di gara che hanno il compito di scandire il passo in maniera regolare e costante per tutta la durata della gara n.d.a.) e decido di seguirlo per provare una nuova esperienza: dopotutto ad oristano il mio tempo è stato 1h, 32′, 50”… magari posso farcela, chissà. ma dopo soli 5 km, dai box del mio cervello mi avvisano che se continuo a correre a quel ritmo questa gara non la finisco neppure. ma io sto benissimo. mi sento così leggero…
cerco comunque di ordinare alle mie gambe di rallentare ma è solo al decimo chilometro che il comando comincia a realizzarsi. e davanti alla prima salita.
tempo intermedio al chilometro numero 10: 42′,50”.

ma ora si balla.

il caldo continua a pestare incessante e la salita scorre lentissima. è qui che per la prima volta mi balena per un attimo l’idea di ritirarmi. solo per un attimo, poi passa, però non è mai un buon segno quando arrivano di questi pensieri, perché è segno che la volontà comincia ad incrinarsi. sta di fatto che la salita la corro tutta d’un fiato e giunto in cima ho le gambe che quasi non mi sorreggono. mi butto giù dalla discesa a peso morto, lasciando girare le gambe e la coscienza di me. il mio corpo continua a muoversi in automatico, fragile come una vecchia utilitaria che sbuffa ed è lì, lì per finire la benzina.
al chilometro 14 si para davanti una nuova salita e mi fermo per la prima volta. la testa non è in grado di reggere un’altra botta simile.
per me qui si è conclusa la gara. è stata una sconfitta fermarsi a quel modo e non avendo più altre motivazioni da mettere sul piatto ho pensato seriamente di chiudere lì.
ora posso dire che non me lo sarei mai perdonato e che ho fatto la cosa giusta a riprendere quella mia fragile corsa.

al culmine della salita c’è il giro di boa, si torna indietro per gli ultimi 8 km. al punto ristoro faccio incetta di sali minerali, do un morso ad una banana e mi svuoto una bottiglietta d’acqua in testa alla ricerca di un miracolo. mi sembra di correre dentro un sogno: come quelli in cui muovi le gambe ma continui a star fermo.

al chilometro 17 ritrovo nuovamente la salita. so che è l’ultima ma sono talmente debole psicologicamente da fermarmi per la seconda volta, spaventato solo a vederla inerpicarsi lassù. il caldo batte incessante sulla testa e sul cuore; la mia essenza vitale ha già lasciato il mio corpo ma cerco di farmi coraggio e ricomincio a correre. non ricordo molto altro.

arrivo in cima, rincuorato in parte dal peggio ormai passato e mi butto nel fresco della discesa sperando di avere ancora qualcosa a cui aggrapparmi in questi ultimi 2 km in piano. e invece terminato lo slancio le gambe ridiventano pesanti come macigni, fatico a muoverle; e come se non bastasse il dolore al fianco destro mi spezza il fiato, obbligandomi a fermarmi per la terza volta.
ma cazzo, questa corsa non avrà mai fine allora?

sento in lontananza la musica degli altoparlanti al traguardo, i podisti che mi superano hanno tante belle parole di conforto e di coraggio ma io non sono più qui, sono morto su una spiaggia, secco come una medusa al sole. non so come, ma riprendo a correre.
il dolore al fianco non passa. cerco di respirare col diaframma ma non sono molto lucido e le fitte continuano a sbriciolare quel che rimane della mia forza di volontà. devo avere anche una bolla sulla pianta del piede sinistro ma non m’importa più niente. voglio solo finire.

ultimi 500 metri. la musica si fa più forte. ora c’è molta più gente ai lati della strada. varco il traguardo e mi piego in due. vacillo. sto per cadere. e invece prendo la mia medaglia e cammino verso un punto qualsiasi davanti a me.
è stato un massacro.

 

 

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