munch : van gogh

Posted on 19 gennaio 2016

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vangoghquando ilenia mi propose di andare ad amsterdam per vedere la mostra munch : van gogh devo ammettere di non aver fatto i salti di gioia. di munch odiavo tutto quello che avevo visto di lui e di van gogh (escluse poche cose) pure, tanto da non essermi mai spinto oltre i loro quadri per arrivare alla loro vita, al loro stile o al loro modo di pensare.

ma sono fermamente convinto che in un qualsiasi evento d’arte ci sia sempre da imparare e che l’animo delle persone ne abbia sempre a guadagnare e mai a perdere.

nei mesi intercorsi tra l’acquisto dei biglietti online e il viaggio vero e proprio, ilenia ha pensato bene di regalarmi i libri lettere a theo (guanda edizioni) che raccoglie le lettere del pittore al fratello theo dall’agosto 1872 fino al 27 luglio 1890 e anche verranno giorni migliori (torri del vento edizioni) con 39 lettere, questa volta inviate a vincent dal fratello theo, dalla cognata johanna e dall’amico paul gauguin. al momento della visita e durante la stesura di questo articolo non ho ancora finito il primo.

leggere le missive di vincent van gogh e scoprire quindi l’uomo dietro la tavolozza mi ha fatto avvicinare enormemente al pittore. non solo per la passione incommensurabile che ha spremuto nel suo lavoro ma soprattutto per la sua perenne voglia di migliorarsi e di superare ogni ostacolo che intervenisse tra sé e la sua arte.

aveva scelto di seguire la difficile via della pittura, preferendo investire i soldi che il fratello di volta in volta gli spediva in colori piuttosto che nel proprio sostentamento. è una cosa invidiabile. più volte infatti egli ha scritto di come la pittura potesse essere l’unico modo che aveva di sentirsi vivo.

è il pittore delle contraddizioni vincent van gogh: morto povero e oggi uno degli artisti contemporanei più famosi del mondo; dalla vita nera e difficile ma dai quadri di colori brillanti e pieni di vita; uno che ha cominciato tardi e che in soli dieci anni ha tirato su qualcosa come 900 lavori: in media due a settimana; uno che nonostante tutte le sconfitte della vita si ostinava ad esser ottimista sempre.

mano a mano che leggevo, confesso di averci visto molto di me in lui e non vi nascondo di averlo preso, alla fine, in simpatia.

e così, sabato 16 gennaio 2016, alle ore 11 abbiamo varcato le soglie del van gogh museum di amsterdam verso il mio primo incontro ravvicinato del terzo tipo con l’arte di mister vincent willem van gogh.

di munch voglio parlare subito e in termini schietti: penso che sia un artista di molto sopravvalutato. nonostante condivida con lui l’angoscia, il dolore, la morte e quell’idea di vissuto (che io invece definisco con la parola grunge per sottintendere un aspetto logoro, sporco, sudicio n.d.a.) non ho trovato nulla da conservare delle sue opere. non mi piacciono i colori, le pennellate violente e disordinate, i contorni netti e recisi e soprattutto quella velocità di esecuzione che nel suo caso rende sempre tutto molto banale, con quella sensazione di pennarelli incrociati senza nessuna logica. salvo notte a saint-cloud per la solitudine e quell’indistinta figura immersa nel buio percepita solamente dalla luce di una sigaretta e la cura da cavalli, procedimento col quale il pittore intendeva levare la patina lucida della vernice dei suoi lavori facendoli diventare più… grunge.

per van gogh l’esperienza è stata diversa. ho visto per la prima volta parecchi dei lavori (studi ed opere finite ad olio o solamente dei semplici bozzetti e disegni) che egli menziona nelle sue lettere e conoscerne le vicende me li ha fatti apprezzare quel tanto che basta a completare un ciclo.

sono sempre molto dibattuto tra la pura estetica dell’arte visiva e l’arte visiva invece derivata dalla sua propria storia. intendo dire che un dipinto, per esempio, mi deve attrarre per il suo stile, i suoi colori, il simbolismo, la sua composizione… insomma, mi deve trasmettere delle emozioni, ci deve essere qualcosa che m’incuriosisca e che m’inviti ad entrarci dentro. solo dopo posso approfondirne casomai le vicende o le possibili interpretazioni da parte di sedicenti sapienti dottori d’arte. il contrario penso non sia invece fattibile.
se un dipinto non mi comunica niente è veramente improbabile che possa approfondirne la conoscenza che beninteso, potrebbe anche farmi cambiare idea ma sarebbe comunque un piacere derivato e sintetico, neppure paragonabile alle primitive emozioni del primo caso.

questo è quel che penso: non basta una vita intera per conoscere tutto, dobbiamo per forza selezionare in base alle nostre attidudini.

pur conoscendo la vita di van gogh e le diverse storie relegate dentro le sue opere non è bastato a farmelo piacere ugualmente. di lui approvo l’unicità del suo stile (nonostante abbia sperimentato parecchio mi riferisco alle sue inconfondibili pennellate nette e geometriche) e l’uso dei colori, derivato da uno studio febbrile che secondo me è legato in qualche modo ai suoi amati tessitori e alle stoffe. il suo stile sembra proprio l’ordito di fili colorati che s’intrecciano su di una trama dalle tonalità complementari. in alcuni casi, lo ammetto, il risultato è davvero stupefacente.

salvo tra tutti la collina di montmartre con cava di pietra, campo di grano sotto un cielo nuvoloso, cipressi e due donne, un paio di scarpe, sottobosco, cavoli rossi e cipolle, paesaggio al tramonto, pollard birches e sorrow.
alla fine della mostra, quel che mi rimane più di ogni cosa è comunque un’enorme tristezza. l’ingordigia malata delle persone che acquistano di tutto nei vari bookshop del museo e la venerazione quasi religiosa davanti alle sue opere sembrano nient’altro che uno scherno a tutte le (vane) speranze e rassicurazioni che vincent ripeteva a sé stesso e al fratello.
desiderava ardentemente ripagare la fiducia di theo e la propria arrivando un giorno alla notorietà e così ad una vita rispettabile per mezzo della sua arte; ma non ci riuscì mai.

mi domando cosa ci sia di più triste…

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