sorrow (le lamentatrici)

Posted on 20 febbraio 2016

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sorrow[file: http://andreapes.com/227_706_pro_803.php]

uno dei pochi lasciti che devo all’IED è senza dubbio l’amore viscerale per l’incisione e la stampa d’arte.
ne rimasi talmente affascinato che quando abbandonai il corso d’illustrazione a roma nel 1998 volli (sacrificare) investire tutto nel mio laboratorio di stampa e incisione. ero ancora giovane e l’irruenza, lo sfrenato ottimismo e anche una certa ottusità mi portavano ad essere assolutamente certo che di arte si potesse ancora campare…

grazie anche al sostegno economico di mio fratello (i miei risparmi non sarebbero mai bastati n.d.a.) acquistai tutto il necessario per cimentarmi con (quasi) ogni tipologia di stampa, da quella incavografica (punta secca, acquaforte, acquatinta) a quella in rilievo, come la xilografia. inutile dirvi che la spesa più consistente fu quella per il torchio calcografico: all’epoca ricordo quasi un milione di vecchie lire!
affittai poi un trilocale isolato nelle campagne di assemini e ci buttai tutto dentro: avrei fatto come gli artigiani di una volta. casa e bottega.
lavorai assiduamente per due anni ma con scarsi risultati economici. cercai di resistere ma poi i primi computer commerciali (ricordo i primissimi pentium III n.d.a.) invasero il mercato e fui così travolto da una nuova opportunità.

di quell’epoca rimangono tanti lavori che riguardo ancora con piacere, gran parte dell’attrezzatura sigillata in grosse scatole di cartone e il torchio in ghisa che non si sposterà mai più dalla mia cantina, qui a macomer, per il resto della mia vita. dato che pesa quanto un elefante.
sul finire del 2015, perché ogni passione non muore mai ma è ciclica, ho ripreso in mano quell’attrezzatura. ancora non me la sento di tirar fuori gli acidi per l’acquaforte: è un processo troppo complicato per me ora. rimaneva dunque solo la xilografia.

le sgorbie non avevano più il filo e la mano era un pochino arrugginita ma dopo qualche prova che sul momento giudicai buona (ma che a riguardare adesso invece fa impressione n.d.a.) arrivai alle lamentatrici.

nella casa di destra, dove c’è il morto, stanno le donne, nel pianto e nel lamento: in quella di sinistra, gli uomini, seduti nell’unica grande stanza fredda, tutto attorno lungo i muri, in silenzio: vecchi pastori bianchi e neri, giovani pastori in bruno velluto, operai, coi cappelli calati sul viso, i grandi corpi robusti e quadrati in attesa, senza parlare. fuori, di fianco alla porta, nel riparo del muro che trattiene un poco la violenza selvaggia del vento, stanno in piedi nell’aria freddissima, una trentina di donne, serrate insieme come un gregge, o il coro di una tragedia, o uno stormo oscuro di uccelli posati su un albero solitario: nero e marrone, larghe sottane, scialli tirati attorno al viso, che il vento sconvolge e scompone. passiamo davanti a loro per andare alla casa del lamento, piantando i piedi per terra in quel breve spazio fra le due case, luminoso di lontananze, per non esser travolti e sradicati dal vento, torrente turbinoso d’aria fischiante. l’urlo del vento copre con la sua voce l’urlo delle lamentatrici.

carlo levi, tutto il miele è finito

durante la lettura dei libri, mi capita spesso di avere delle visioni dalle quali poi trarre un’illustrazione ma con carlo levi, forse per la sua scrittura fatta d’immagini e colori, derivata dalla sua natura di pittore, questa magia accade molto più di frequente. fu così che quando lessi quel passo di tutto il miele è finito le vidi, le mie attitadoras.

nella tradizione sarda s’attitadora era colei che con parole colme di dolore e gesti plateali, accompagnava il defunto nel suo viaggio verso l’aldilà. cantava le lodi del trapassato con lunghi lamenti funebri, quasi a voler offrire l’ultimo nutrimento, rivestendo il ruolo di madre compassionevole. attitai significa allattare al seno ma in questo caso, il latte non sgorga e le labbra che dovrebbero bramarlo sono serrate. è un altro tipo di nutrimento quello che s’attitadora dispensa al defunto e ai suoi cari che, intorno a lui, si stringono nel dolore.

sa grandu mammaila dea madre in sardegna

abbozzate al computer, in digitale, vennero poi trasmigrate su un pezzo di faesite sul quale presero forma in maniera speculare all’originale. la matrice fu pronta in soli due giorni. quel che avevo in mente era un formato verticale molto spinto nel quale i visi addolorati delle donne sprofondassero nel nero più assoluto. ancora non sapevo che gli eventi futuri non avrebbero seguito i miei pensieri.
non conosco il perché ma qualcosa tra l’inchiostro e la carta non funzionò a dovere. stiamo parlando di oggetti rimasti fermi per quasi 15 anni e più che la carta (di certo non adatta alla stampa xilografica) credo sia l’inchiostro che abbia perso qualcosa per strada. certo le misure della matrice (26×50 cm) non mi hanno facilitato le cose. sta di fatto che nella zona nera la carta si incollava al supporto, stracciandosi completamente. ho provato ad ammorbidire l’inchiostro con olio di lino, ad asciugare la carta, a diminuire la pressione del rullo del torchio ma niente. risultati pessimi. indiavolato e senza una via d’uscita dovetti allora improvvisare. se non potevo avere il nero più nero dovevo conferire alla stampa un aspetto grunge, un aspetto vissuto ma del tutto casuale…

giorni prima avevo ricevuto un pacco, e amazon aveva pensato bene di avvolgere il suo contenuto con un unico foglio di carta da imballo, evidentemente strappato da un rotolo. la carta era molto simile a quella delle buste del pane che andavano di moda tempo fa negli alimentari o dai fruttivendoli sotto casa. ora credo non esistano più: leggermente ruvida al tatto, leggera, forse 40/60 gr., colore grigio – marroncino e a giudicare dalla pasta e dalle fibre, totalmente riciclata. strappai rudemente la lunga striscia di carta in 5 pezzi, cercai di stirarlo alla buona delle pieghe e sul primo di questi ci stampai sopra una prova. il risultato era davvero incoraggiante, dovevo solo correggere l’inchiostrazione della matrice: la volevo più lurida, più grossolana… volevo che si distinguessero chiaramente le strisciate del rullo di gomma e che apparissero come pieghe delle lunghe vesti nere da lutto delle donne. feci 5 prove diverse: e ne fui entusiasta! la carta spiegazzata, quel colore sporco, il segno rozzo del legno e dell’inchiostro mi suggerivano un lavoro antico, un manifesto da teatro di altri tempi. peccato che quella carta fosse finita e chissà dove sarei riuscito a trovarla…

cercai ovunque nei negozi a macomer e l’unica carta che valesse la pena provare era una carta da pacchi color avorio: lucida da un lato e porosa dall’altro. modificai la matrice ripulendo leggermente il viso delle donne e ottenni 5 copie che decisi di numerare con caratteri romani, in quanto copie destinate ad amici e parenti più cari. al momento, ancora non ho eseguito una tiratura ufficiale, ma credo che lo farò al più presto.

voglio terminare con una chicca, una particolarità che forse qualcuno avrà saputo riconoscere. in basso a destra appare la scritta sorrow da cui l’opera prende il nome. è una sorta di tributo a van gogh con il quale avevo appena condiviso un pezzo di strada. da un suo disegno, sorrow appunto, ho preso in prestito volutamente lo stile delle lettere e il nome.

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