ingiustiziato

Posted on 10 maggio 2016

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la grossa chiave era ancora dentro la serratura.
quando la ruotarono si avvertì uno stridio crescente culminare poi nello scatto sordo del meccanismo. come un osso che s’incrina e si spezza di schianto.
il rumore si propagò nel silenzio come l’onda d’urto di un’esplosione atomica e svanì lontano, da qualche parte nel corridoio.

tirarono insieme la pesante porta di metallo, sino a quando ruotò pigra sui cardini gemendo minacciosa: sembravano parole di un’antica lingua, il monito di una creatura atavica a guardia di un confine che non doveva esser violato.
la cella senza finestre rilasciò immediatamente un intenso odore di ferro, caldo e dolciastro come la ruggine. restarono in attesa sulla soglia ma dall’interno non ci fu nessun movimento. nessun rumore.

solo all’ora l’istinto percepì un pericolo imminente. il battito cardiaco accelerò serrando il respiro. la pelle divenne bollente e il sangue sembrò aumentare di volume sino a premere dolorosamente sulle pareti interne dei loro corpi. erano pronti a colpire e a scappare.
c’era infatti qualcosa lì dentro. che aspettava. come una maledizione.
un’inquietudine funesta aleggiava su quel luogo e benché tutti ne avessero timore nessuno parlò, rimettendo sempre all’altro il loro proprio destino.

uno di loro accese finalmente la torcia elettrica e fermo sul limite di quell’abisso iniziò a scandagliare l’oscurità della cella: il cono di luce si mosse lentamente sulla parete di fronte, fermandosi solo per un attimo sulla parola ingiustiziato incisa con un chiodo.
la luce riprese a cercare e quando sfiorò il pavimento, la stanza si accese all’improvviso in un bagliore accecante!

quando la sorpresa svanì e gli occhi ripresero a vedere capirono fosse sangue: tutto il pavimento della stanza era ricoperto da quel liquido lucido e liscio come uno specchio.
nell’angolo di destra, riverso sulla schiena, riemerse poi dall’oscurità il cadavere di un uomo. lo scoprirono per ultimo quando la torcia si adagiò su di lui casualmente.
aveva le braccia abbandonate lungo il corpo e il volto deformato da uno spaventevole dolore. i muscoli facciali si erano talmente contratti che la bocca era rimasta spalancata in un grido inesauribile e dalla quale fuoriusciva uno spurgo di sangue secco simile ad un grasso verme nodoso.

poco distante dal cadavere affioravano resti di cibo e dei cocci di un piatto infranto.

ma c’era dell’altro: piccoli barbagli che da sotto il velo di sangue rilucevano come il ventre argenteo di pesci nell’acqua bassa di un fiume.
lamette.
intorno al cadavere erano sparpagliate tante lamette da rasoio: incastrate senza peso nel liquido, come pochi informi pezzi di carne nella loro gelatina.

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